La recensione di Raro

febbraio 11th, 2010

201002_Raro_Alti & BassiUna nuova recensione dedicata a IO HO IN MENTE TE. E’ quella a cura di Andrea Direnzo sul mensile RARO.
Leggi la recensione.

Venerdì 12 febbraio alle SCIMMIE

febbraio 8th, 2010

sottolaluna2010_altiebassiTOUR IO HO IN MENTE TE
ALTI e BASSI ospiti per la prima volta de le SCIMMIE, in occasione della stagione JAZZ SOTTO LA LUNA.

Via Ascanio Sforza 49.
Inizio Concerto ore 22:30
Info: info@sottolaluna.com
Prenotazione tavoli: 02894028

Non mancate!

Leggi l’articolo di Megamondo

La recensione di Famiglia Cristiana

febbraio 5th, 2010

20100124_Famiglia Cristiana_Alti & Bassi+Già per “medley” gli amici di Famiglia Cristiana avevano pubblicato la loro recensione. Ecco quella dedicata a “Io ho in mente te”, uscita sul numero di gennaio 2010.

Leggi l’articolo di Famiglia Cristiana.

L’intervista di Scarabocchiando

febbraio 5th, 2010

Iohoinmentete_copGuarda il PDF
INTERVISTA A CAPPELLA AGLI ALTI & BASSI – Scarabbocchiando gocce d’inchiostro
Io ho in mente te è un omaggio alle grandi voci e ai grandi autori degli anni 60/70: Mina, Domenico Modugno, Lucio Battisti, Caterina Caselli, i Cetra, Bruno Martino, Gino Paoli, L’Equipe 84. Intervista agli Alti&bassi, per scoprire qualcosa in più, sull’originale album.

D: Venerdì 27 novembre è uscito l’album Io ho in mente te che rappresenta un salto negli anni 60/70 e un omaggio alle grandi voci e ai grandi autori di quegli anni. Dopo quattro dischi ispirati alla musica americana, avete deciso di dedicare questo album interamente alla musica italiana. Come mai questo cambio di direzione? Perché adesso? C’è un motivo preciso?

R: Per ogni gruppo vocale, sul finire degli anni 90, i generi musicali del Gospel e dello Spiritual hanno rappresentato il naturale passaggio dalla tradizione polifonica del passato ai giorni nostri. Anche noi abbiamo iniziato da lì e poiché la nostra ricerca, in seguito, si è sviluppata verso un filone che potremmo definire “l’altro ‘900″, cioè quello del Jazz e dello Swing, è normale che la musica americana abbia rappresentato, per diversi anni, un riferimento molto preciso, se non obbligato. In fondo il nostro cammino è più o meno il medesimo vissuto da molti compositori: ad esempio negli anni ’30 Gershwin fuse la musica colta occidentale con nuove armonie e con i ritmi afro-americani, consentendo al Jazz l’ingresso nelle più prestigiose sale da concerto; nell’immediato dopoguerra musicisti come D’Anzi o Carosone, affascinati dalla nuova musica, iniziarono a contaminare la propria con lo swing. Nel nostro piccolo, in questi anni, ci è capitato che numerose associazioni concertistiche decidessero di invitare gli Alti & Bassi proprio perché ciò che un tempo appariva “leggero”, oggi è talmente “classico” da venir rappresentato nelle principali stagioni concertistiche al fianco di autori come Mozart o Beethoven. Dopo 15 anni di attività abbiamo scelto, finalmente, di tornare alla nostra lingua d’origine e di affrontare un repertorio interamente italiano. Sotto certi aspetti ci è venuta una gran nostalgia. Quella di un passato in cui in Italia si esibivano artisti di altissimo valore e si ascoltava musica di qualità. Erano gli anni 60, che ci hanno regalato canzoni, testi, orchestrazioni ed interpreti di prim’ordine. Il perché ciò avvenga adesso non ha una ragione precisa: è una tappa naturale della nostra maturazione. Tuttavia questo cambio di direzione è solo in apparenza: le canzoni sono italiane, ma tutte “contaminate” con svariati generi musicali che vanno dal latino-americano al rap, dal tango allo swing, dal valzer al Jazz.

D: L’album sarà in distribuzione esclusiva nel periodo natalizio a soli 9,90 presso gli Ipermercati Auchan e l’intero ricavato delle vendite sarà devoluto a Telethon a favore della ricerca genetica. È la prima volta che un vostro prodotto musicale è unito a una campagna di sensibilizzazione? Come vi sentite a essere, in un certo senso, sostenitori e promotori, di tale ricerca?

R: Si è la prima volta. Bisogna ringraziare soprattutto Auchan, che ha creduto in noi e che ci ha offerto questa opportunità. Auchan per certi versi svolge il ruolo, un tempo demandato alle Major e ai distributori: ciò consente non solo di dimezzare il prezzo del cd, ma anche di compiere un’operazione totalmente etica, dato che l’intero ricavato delle vendite verràdevoluto per la raccolta di fondi per le malattie genetiche. Essere stati scelti tra i protagonisti di questa avventura ci rende particolarmente orgogliosi.

D: A quale canzone, presente nella tracklist dell’album, vi sentite particolarmente legati? E perché?

R: Probabilmente a “Però mi vuole bene”, non per la canzone in sé, quanto piuttosto per chi la cantava, ossia il Quartetto Cetra, uno di quei gruppi che ci ha sempre affascinato per le incredibili doti canore, interpretative, recitative. Abbiamo avuto l’onore di ottenere le “note di copertina” del nostro primo album, Il Mito Americano (Preludio, 1998), proprio da parte di Virgilio Savona e Lucia Mannucci. Sono intervenuti, agli inizi della nostra carriera, anche ad un paio di nostri concerti a Milano e ricordiamo con commozione l’intera platea in piedi che tributava loro un lungo ed intenso applauso. La recente scomparsa di Virgilio Savona ci ha rattristato molto ed è per l’affetto che ci legava a lui che ogni volta, dal vivo, dedichiamo “Però mi vuole bene” alla sua memoria.

D: L’album spazia dal latino americano al funky all’R&B, dal val valzer al tango, dal jazz allo swing e al rap. Quali sono i generi musicali che hanno maggiormente influenzato la vostra formazione artistica nel corso degli anni?

R: Bisogna dire che ognuno di noi ha una formazione musicale differente. Per alcuni sicuramente la polifonia antica, quindi il contrappunto, per altri i generi moderni, per altri sia l’antico che il moderno!

D: Un disco realizzato a cappella in cui gli unici strumenti sono appunto le vostre voci, ad eccezione di alcuni assoli interpretati da Franco Cerri (chitarra), Bruno De Filippi (armonica a bocca), Nando De Luca (pianoforte), Andrea Dulbecco (vibrafono), Lino Patruno (banjo), Emilio Soana (tromba). Ci sono altri tipi di sperimentazioni e collaborazioni che vi piacerebbe realizzare? Ci sono percorsi musicali o generi che vi affascinano e dai quali vi lascereste contaminare, influenzare, per accrescere ancora di più il vostro background artistico?

R: Il bello della musica a cappella è proprio la possibilità di plasmare, col suono delle voci, qualsiasi cosa a proprio piacimento. Di questa nostra sperimentazione ci piaceva l’idea di invertire i piani di riferimento. Se normalmente una canzone è composta da strumenti che armonizzano una melodia realizzata dalla voce, nel nostro caso, durante gli assoli, avviene esattamente il contrario: le voci armonizzano (sono cioè la “base”, con parole semplici), mentre gli strumenti eseguono la melodia. Altre sperimentazioni possibili, ma già testate da altri gruppi come ad esempio gli Swingle Singer, sono quelle di contaminare la musica classica con i generi moderni. Molto famose sono le loro elaborazioni swing delle opere di Bach. Domani non sappiamo ancora cosa faremo, forse ci dedicheremo agli standard jazz, oppure vestiremo “a cappella” qualche importante opera classica o forse, chissà, ci dedicheremo a scrivere nostre composizioni originali. Ad ogni modo l’importante è non fermarsi nella ricerca.

D: Il nome del gruppo ha un’origine singolare, legata al fatto che a cantare le note basse era il più alto di statura mentre la voce che riusciva a toccare le note più alte proveniva dal basso del gruppo. Quale altra caratteristica, secondo voi, vi distingue dagli altri gruppi prettamente vocali?

R: Diverse cose: A) il fatto di avere sempre proposto elaborazioni, scritte appositamente per noi, particolarmente originali. B) Il fatto di avere sempre proposto uno spettacolo, mix di intrattenimento e musica. C) Il fatto di riuscire ad abbinare un modo di cantare difficile come il nostro ad una sana dose di simpatia e goliardia. D) Ma soprattutto il fatto che abbiamo 5 timbri profondamente diversi. Questa cosa potrebbe sembrare un dettaglio trascurabile, ma noi riteniamo che sia veramente un nostro punto di forza. Se infatti la musica a cappella può avere un limite, questo risiede nella uniformità del suono che può facilmente indurre l’ascoltatore ad annoiarsi. Nel nostro caso la disposizione delle voci cambia continuamente. Raramente c’è un unico solista dall’inizio alla fine e i timbri si alternano molto spesso. Il fatto poi di avere anche dei “falsetti” molto diversi tra noi crea, praticamente, una combinazione pressoché illimitata di sonorità. Il più bel complimento che spesso riceviamo, di commento ai nostri dischi, è: “Non mi stanco di ascoltarlo!”.

D: Una tradizione canora quella del genere musicale “a cappella” che ha radici colte e risale al ‘500. Con il vostro stile siete riusciti a renderla ‘moderna’, attuale. Che tipo di riscontro ricevete dal pubblico ai vostri concerti? Notate una divisione generazionale tra i presenti?

R: Il fatto che importanti stagioni concertistiche abbiano deciso di invitare più volte gli Alti & Bassi è la dimostrazione del gradimento del pubblico. Una nostra tradizione è sempre stata quella di recarci nel foyer per salutare il pubblico: vedere il pubblico che esce sorridente è motivo di grande soddisfazione per noi. La divisione generazionale è ben evidente, ma il modo con cui i vari brani vengono proposti riesce a risultare accattivante per un pubblico estremamente eterogeneo. Un esempio su tutti è il nostro medley dedicato alle musiche di Walt Disney: in fondo, tutti siamo stati bambini.

D: Nel quarto album, Medley del 2005, spaziate tra indimenticabili colonne sonore dei film, dei musical e dei cartoni animati. Se la vita fosse un film, di quale sareste il protagonista?

Andrea: La vita è bella
Paolo: Il Laureato
Alberto: Ritorno al futuro
Diego: The Commitments
Filippo: Comedian Harmonists

D: E di quale invece avreste voluto comporre la colonna sonora?

Andrea: La vita è bella
Paolo: Il Laureato
Alberto: 2001 Odissea nello spazio
Diego: The Commitments
Filippo: Comedian Harmonists

D: Grazie ad una formula vincente ed originale siete stati ospiti di numerose e importanti stagioni concertistiche in Italia e all’estero. Quali sono gli ambienti concertistici in cui vi sentite maggiormente a vostro agio? C’è un palco che vi è rimasto nel cuore?

R: Sicuramente il teatro è il nostro ambiente ideale. Un palco nel cuore? Il Rossini di Pesaro per il prestigio, ma anche l’Actores Alidos di Quartu Sant’Elena per… l’accoglienza.

D: Dal vostro primo album, Il Mito Americano (1998) all’ultimo Io ho in mente te (2009), è cambiato il vostro modo di rapportarvi ai vari canali ‘distributori’ di musica, dal web alla tv, alla radio? Vi faccio questa domanda, poiché, inutile nasconderlo, il genere musicale “a cappella”, sposandosi molto bene con il gospel e lo spiritual, viene trasmesso e proposto soprattutto durante le festività natalizie. Insomma, durante il resto dell’anno riscontrate meno interesse da parte dei media in generale? Se si, perché accade ciò in Italia?

R: Per quanto ci riguarda c’è domanda tutto l’anno. E’ un errore considerare il genere “a cappella” come qualcosa legato al gospel o in genere al Natale. Pensiamo che il nostro disco possa dimostrarlo semplicemente ascoltandolo. Tuttavia è un errore anche pensare che questo genere possa essere poco “appetibile” oppure che sia appannaggio di pochi gruppi. Troppo spesso, infatti, i media ci domandano come ci poniamo nei confronti dei Neripercaso (grazie e complimenti per non avercelo chiesto!). Ciò dimostra che non si considera la musica “a cappella” come un vero e proprio “genere musicale”. Nessuno, infatti, credo si sia mai sognato di immaginare che una band rock possa essere l’unica titolare del diritto a suonare rock. In Italia esistono numerosi gruppi vocali (andate a vedere ad esempio i siti www.preludiomusic.com o www.solevoci.it), ciascuno con una sua precisa identità, con un suo suono, un suo repertorio. E il bello è che ci sono tanti appassionati che li seguono. Vogliamo chiamarlo “genere di nicchia”? Fate come volete, noi sappiamo che probabilmente il pubblico è più maturo e meno miope di alcuni “addetti ai lavori”. Non a caso i concerti dei gruppi a cappella italiani ottengono sempre un grande successo, non a caso la produzione discografica si è incrementata notevolmente negli ultimi anni, non a caso sono usciti numerosi spot pubblicitari incentrati sull’originalità di una versione a cappella della musica di sottofondo. All’estero la musica “a cappella” gode di un seguito inimmaginabile per noi italiani: band, associazioni, distributori, radio, festival, meeting. D’altra parte noi siamo la patria del “bel canto”, della voce “solista” per eccellenza, ma forse è proprio per questa ragione che, nel tempo, anche l’Italia riuscirà ad esprimere tutto il suo potenziale di gusto, creatività e passione che da sempre, nei secoli, è riuscita ad manifestare ad altissimo livello in tutte le forme d’arte.

Io ho in mente te è in particolare un omaggio alle grandi voci e ai grandi autori di quegli
anni: Mina, Domenico Modugno, Lucio Battisti, Caterina Caselli, i Cetra, Bruno Martino, Gino
Paoli, L’Equipe 84. Intervista agli Alti&bassi, per scoprire qualcosa in più, sull’originale
album.
D: Venerdì 27 novembre esce l’album Io ho in mente te che rappresenta un
salto negli anni 60 e un omaggio alle grandi voci e ai grandi autori di quegli
anni. Dopo quattro dischi ispirati alla musica americana, avete deciso di dedicare
questo album interamente alla musica italiana. Come mai questo cambio di
direzione? Perché adesso? C’è un motivo preciso?
R: Per ogni gruppo vocale, sul finire degli anni 90, i generi musicali del Gospel e dello
Spiritual hanno rappresentato il naturale passaggio dalla tradizione polifonica del passato ai
giorni nostri. Anche noi abbiamo iniziato da lì e poiché la nostra ricerca, in seguito, si è
sviluppata verso un filone che potremmo definire “l’altro ‘900″, cioè quello del Jazz e dello
Swing, è normale che la musica americana abbia rappresentato, per diversi anni, un
riferimento molto preciso, se non obbligato. In fondo il nostro cammino è più o meno il
medesimo vissuto da molti compositori: ad esempio negli anni ’30 Gershwin fuse la musica
colta occidentale con nuove armonie e con i ritmi afro-americani, consentendo al Jazz
l’ingresso nelle più prestigiose sale da concerto; nell’immediato dopoguerra musicisti come
D’Anzi o Carosone, affascinati dalla nuova musica, iniziarono a contaminare la propria con lo
swing. Nel nostro piccolo, in questi anni, ci è capitato che numerose associazioni
concertistiche decidessero di invitare gli Alti & Bassi proprio perché ciò che un tempo
appariva “leggero”, oggi è talmente “classico” da venir rappresentato nelle principali stagioni
concertistiche al fianco di autori come Mozart o Beethoven. Dopo 15 anni di attività
abbiamo scelto, finalmente, di tornare alla nostra lingua d’origine e di affrontare un
repertorio interamente italiano. Sotto certi aspetti ci è venuta una gran nostalgia. Quella di
un passato in cui in Italia si esibivano artisti di altissimo valore e si ascoltava musica di
qualità. Erano gli anni 60, che ci hanno regalato canzoni, testi, orchestrazioni ed interpreti
di prim’ordine. Il perché ciò avvenga adesso non ha una ragione precisa: è una tappa
naturale della nostra maturazione. Tuttavia questo cambio di direzione è solo in apparenza:
le canzoni sono italiane, ma tutte “contaminate” con svariati generi musicali che vanno dal
latino-americano al rap, dal tango allo swing, dal valzer al Jazz.
D: L’album sarà in distribuzione esclusiva nel periodo natalizio a soli 9,90 presso
gli Ipermercati Auchan e l’intero ricavato delle vendite sarà devoluto a Telethon
a favore della ricerca genetica. È la prima volta che un vostro prodotto musicale
è unito a una campagna di sensibilizzazione? Come vi sentite a essere, in un
certo senso, sostenitori e promotori, di tale ricerca?
R: Si è la prima volta. Bisogna ringraziare soprattutto Auchan, che ha creduto in noi e che
ci ha offerto questa opportunità. Auchan per certi versi svolge il ruolo, un tempo demandato
alle Major e ai distributori: ciò consente non solo di dimezzare il prezzo del cd, ma anche di
compiere un’operazione totalmente etica, dato che l’intero ricavato delle vendite verrà
devoluto per la raccolta di fondi per le malattie genetiche. Essere stati scelti tra i
protagonisti di questa avventura ci rende particolarmente orgogliosi. D: A quale canzone,
presente nella tracklist dell’album, vi sentite particolarmente legati? E perché? R:
Probabilmente a “Però mi vuole bene”, non per la canzone in sé, quanto piuttosto per chi la
cantava, ossia il Quartetto Cetra, uno di quei gruppi che ci ha sempre affascinato per le
incredibili doti canore, interpretative, recitative. Abbiamo avuto l’onore di ottenere le “note
di copertina” del nostro primo album, Il Mito Americano (Preludio, 1998), proprio da parte di
Virgilio Savona e Lucia Mannucci. Sono intervenuti, agli inizi della nostra carriera, anche ad
un paio di nostri concerti a Milano e ricordiamo con commozione l’intera platea in piedi che
tributava loro un lungo ed intenso applauso. La recente scomparsa di Virgilio Savona ci ha
rattristato molto ed è per l’affetto che ci legava a lui che ogni volta, dal vivo, dedichiamo
“Però mi vuole bene” alla sua memoria.
D: L’album spazia dal latino americano al funky all’R&B, dal val valzer al tango,
allo spiritual, dal jazz allo swing e al rap. Quali sono i generi musicali che hanno
maggiormente influenzato la vostra formazione artistica nel corso degli anni?
R: Bisogna dire che ognuno di noi ha una formazione musicale differente. Per alcuni
sicuramente la polifonia antica, quindi il contrappunto, per altri i generi moderni, per altri
sia l’antico che il moderno!
D: Un disco realizzato a cappella in cui gli unici strumenti sono appunto le vostre
voci, ad eccezione di alcuni assoli interpretati da Franco Cerri (chitarra), Bruno
De Filippi (armonica a bocca), Nando De Luca (pianoforte), Andrea Dulbecco
(vibrafono), Lino Patruno (banjo), Emilio Soana (tromba). Ci sono altri tipi di
sperimentazioni e collaborazioni che vi piacerebbe realizzare? Ci sono percorsi
musicali o generi che vi affascinano e dai quali vi lascereste contaminare,
influenzare, per accrescere ancora di più il vostro background artistico?
R: Il bello della musica a cappella è proprio la possibilità di plasmare, col suono delle voci,
qualsiasi cosa a proprio piacimento. Di questa nostra sperimentazione ci piaceva l’idea di
invertire i piani di riferimento. Se normalmente una canzone è composta da strumenti che
armonizzano una melodia realizzata dalla voce, nel nostro caso, durante gli assoli, avviene
esattamente il contrario: le voci armonizzano (sono cioè la “base”, con parole semplici),
mentre gli strumenti eseguono la melodia. Altre sperimentazioni possibili, ma già testate da
altri gruppi come ad esempio gli Swingle Singer, sono quelle di contaminare la musica
classica con i generi moderni. Molto famose sono le loro elaborazioni swing delle opere di
Bach. Domani non sappiamo ancora cosa faremo, forse ci dedicheremo agli standard jazz,
oppure vestiremo “a cappella” qualche importante opera classica o forse, chissà, ci
dedicheremo a scrivere nostre composizioni originali. Ad ogni modo l’importante è non
fermarsi nella ricerca.
D: Il nome del gruppo ha un’origine singolare, legata al fatto che a cantare le
note basse era il più alto di statura mentre la voce che riusciva a toccare le note
più alte proveniva dal basso del gruppo. Quale altra caratteristica, secondo voi,
vi distingue dagli altri gruppi prettamente vocali?
R: Diverse cose: A) il fatto di avere sempre proposto elaborazioni, scritte appositamente per
noi, particolarmente originali. B) Il fatto di avere sempre proposto uno spettacolo, mix di
intrattenimento e musica. C) Il fatto di riuscire ad abbinare un modo di cantare difficile
come il nostro ad una sana dose di simpatia e goliardia. D) Ma soprattutto il fatto che
abbiamo 5 timbri profondamente diversi. Questa cosa potrebbe sembrare un dettaglio
trascurabile, ma noi riteniamo che sia veramente un nostro punto di forza. Se infatti la
musica a cappella può avere un limite, questo risiede nella uniformità del suono che può
facilmente indurre l’ascoltatore ad annoiarsi. Nel nostro caso la disposizione delle voci
cambia continuamente. Raramente c’è un unico solista dall’inizio alla fine e i timbri si
alternano molto spesso. Il fatto poi di avere anche dei “falsetti” molto diversi tra noi crea,
praticamente, una combinazione pressoché illimitata di sonorità. Il più bel complimento che
spesso riceviamo, di commento ai nostri dischi, è: “Non mi stanco di ascoltarlo!”.
D: Una tradizione canora quella del genere musicale “a cappella” che ha radici
colte e risale al ‘500. Con il vostro stile siete riusciti a renderla ‘moderna’,
attuale. Che tipo di riscontro ricevete dal pubblico ai vostri concerti? Notate una
divisione generazionale tra i presenti?
R: Il fatto che importanti stagioni concertistiche abbiano deciso di invitare più volte gli Alti
& Bassi è la dimostrazione del gradimento del pubblico. Una nostra tradizione è sempre
stata quella di recarci nel foyer per salutare il pubblico: vedere il pubblico che esce
sorridente è motivo di grande soddisfazione per noi. La divisione generazionale è ben
evidente, ma il modo con cui i vari brani vengono proposti riesce a risultare accattivante per
un pubblico estremamente eterogeneo. Un esempio su tutti è il nostro medley dedicato alle
musiche di Walt Disney: in fondo, tutti siamo stati bambini.
D: Nel quarto album, Medley del 2005, spaziate tra indimenticabili colonne
sonore dei film, dei musical e dei cartoni animati. Se la vita fosse un film, di
quale sareste il protagonista?
Andrea: La vita è bella
Paolo: Il Laureato
Alberto: Ritorno al futuro
Diego: The Commitments
Filippo: Comedian Harmonists
D: E di quale invece avreste voluto comporre la colonna sonora?
Andrea: La vita è bella
Paolo: Il Laureato
Alberto: 2001 Odissea nello spazio
Diego: The Commitments
Filippo: Comedian Harmonists
D: Grazie ad una formula vincente ed originale siete stati ospiti di numerose e
importanti stagioni concertistiche in Italia e all’estero. Quali sono gli ambienti
concertistici in cui vi sentite maggiormente a vostro agio? C’è un palco che vi è
rimasto nel cuore?
R: Sicuramente il teatro è il nostro ambiente ideale. Un palco nel cuore? Il Rossini di Pesaro
per il prestigio, ma anche l’Actores Alidos di Quartu Sant’Elena per… l’accoglienza.
D: Dal vostro primo album, Il Mito Americano (1998) all’ultimo Io ho in mente
te (2009), è cambiato il vostro modo di rapportarvi ai vari canali ‘distributori’ di
musica, dal web alla tv, alla radio? Vi faccio questa domanda, poiché, inutile
nasconderlo, il genere musicale “a cappella”, sposandosi molto bene con il
gospel e lo spiritual, viene trasmesso e proposto soprattutto durante le festività
natalizie. Insomma, durante il resto dell’anno riscontrate meno interesse da
parte dei media in generale? Se si, perché accade ciò in Italia?
R: Per quanto ci riguarda c’è domanda tutto l’anno. E’ un errore considerare il genere “a
cappella” come qualcosa legato al gospel o in genere al Natale. Pensiamo che il nostro
disco possa dimostrarlo semplicemente ascoltandolo. Tuttavia è un errore anche pensare
che questo genere possa essere poco “appetibile” oppure che sia appannaggio di pochi
gruppi. Troppo spesso, infatti, i media ci domandano come ci poniamo nei confronti dei
Neripercaso (grazie e complimenti per non avercelo chiesto!). Ciò dimostra che non si
considera la musica “a cappella” come un vero e proprio genere. Nessuno, infatti, credo si
sia mai sognato di immaginare che una band rock possa essere l’unica titolare del diritto a
suonare rock. In Italia esistono numerosi gruppi vocali (andate a vedere ad esempio i siti
www.preludiomusic.com o www.solevoci.it), ciascuno con una sua precisa identità, con un
suo suono, un suo repertorio. E il bello è che ci sono tanti appassionati che li seguono.
Vogliamo chiamarlo “genere di nicchia”? Fate come volete, noi sappiamo che probabilmente
il pubblico è più maturo e meno miope di alcuni media. Non a caso i concerti dei gruppi a
cappella italiani ottengono sempre un grande successo, non a caso la produzione
discografica si è incrementata notevolmente negli ultimi anni, non a caso sono usciti
numerosi spot pubblicitari incentrati sull’originalità di una versione a cappella della musica di
sottofondo. All’estero la musica “a cappella” gode di un seguito inimmaginabile per noi
italiani: band, associazioni, distributori, radio, festival, meeting. D’altra parte noi siamo la
patria del “bel canto”, della voce “solista” per eccellenza, ma forse è proprio per questa
ragione che, nel tempo, anche l’Italia riuscirà ad esprimere tutto il suo potenziale di gusto,
creatività e passione che da sempre, nei secoli, è riuscita ad manifestare ad altissimo livello
in tutte le forme d’arte.

L’Articolo di AVVENIRE

gennaio 17th, 2010

Iohoinmentete_copSabato 16 gennaio la pagina nazionale degli spettacoli di AVVENIRE, ci dedica questo bellissimo articolo:

Paolo Conte, Virgilio Savona e Lucia Mannucci del mitico Quartetto Cetra, i jazzisti Franco Cerri e Lino Patruno, Lelio Luttazzi. Questi sono solo alcuni tra i big della musica nostrana che nel tempo hanno fatto da ‘ padrini’ al quintetto vocale milanese degli Alti & Bassi. Un gruppo ‘ con le voci unico strumento’ che, partito dalla gavetta nel 1994, è giunto ad esibirsi in tutta Europa e vedersi dedicare numerosi speciali radiofonici in Argentina. In Italia, a dirla tutta e malgrado le belle parole spese per loro nel tempo dai succitati ‘ padrini’, gli Alti & Bassi non sono popolari come meriterebbe la loro ricerca. Un percorso che si ispira proprio alla lezione dei Cetra, ricorda per impasto vocale i Bee Gees e dà colori suggestivi a brani storici ( la cover di hit americane e nostrane è il loro pezzo forte) contaminandoli con i generi più disparati. Dal rap al tango.
Però la band non si arrende, e da oggi porta in tour italiano ( debutto a Ragusa, poi date nelle Marche, nel Torinese, a Milano) il quinto album
Io ho in mente te . Un disco « in cui torniamo a quando l’Italia ascoltava musica di qualità » ed in cui vengono rivisitati ( con ospiti quali Emilio Soana alla tromba o Bruno De Filippi all’armonica) storici successi di Mina, Paoli, Battisti, Modugno. Ma oltre alla voglia di fare musica senza concedersi alle regole odierne dell’apparire, nel caso degli Alti & Bassi c’è di più. Ed è qualcosa che fa loro onore. Perché « Il nostro slogan è: ‘ Pensa agli altri con il cuore e con le orecchie’ » , dicono presentando l’iniziativa legata al nuovo disco. « Abbiamo voluto mettere la nostra professionalità al servizio di Telethon e della sua ricerca contro le malattie genetiche. Vorremmo che le nostre idee, oltre che divertire, possano anche aiutare qualcuno » . Tutto il ricavato della vendita di Io ho in mente te negli ipermercati, a prezzo speciale, andrà infatti a finanziare ricerche di Telethon. « Sappiamo che non saranno grosse cifre: però crediamo valga la pena oggi usare la musica anche oltre la musica stessa » .
Andrea Pedrinelli

160110_Avvenire

La Sicilia – Parte da Ragusa il tour ALTI & BASSI

gennaio 16th, 2010

20100114_La Sicilia_Alti & Bassi+Parte da Ragusa il tour “IO HO IN MENTE TE” degli Alti & Bassi.

Gli amici de “La Sicilia” dedicano un articolo che potete leggere qui.

La recensione de “L’isola che non c’era”

gennaio 15th, 2010

Rece_Isolachenonc'eraGli Alti e Bassi hanno una delle discografie più cospicue del panorama dei gruppi di canto a cappella italiano. E’ di più di dieci anni fa infatti il loro esordio con Il mito americano. Ma al coraggio di affrontare un genere che solo da poco ha iniziato ad avere attenzione in Italia, va aggiunto quello di aver fondato un’etichetta (la Preludio) che dà alla formazione e ad altre a cappella in Italia la possibilità di una distribuzione, fatto che non va sottovalutato in un paese pieno di autoproduzioni. Per quanto riguarda la parte musicale il gruppo ha deciso di rivolgersi a un repertorio molto amato, quello della canzone italiana degli anni ’60. Un tributo ad autori che fanno parte della nostra storia musicale, da Domenico ModugnoBruno Canfora, da Lucio Battisti Gianni FerrioVirgilio Savona. In questo caso, come nel precedente Medley del 2005, dobbiamo esprimerci sulla qualità di interpreti e di arrangiatori dei componenti del gruppo in attesa di giudicarli come autori (lo auspichiamo sempre quando ci troviamo di fronte a musicisti preparati come lo sono evidentemente i cinque cantanti). Non è sicuramente facile affrontare brani famosi con l’intenzione di lasciare qualcosa di proprio. Ad esempio Nel blu dipinto di blu, oggetto di numerose versioni, è trasformata da Alberto Schirò in un brano dixieland senza testo e con il banjo di Lino Patruno a regalare un colore particolare al brano. Così come Estate(con la chitarra di Franco Cerri in un breve intermezzo) assume la funzione di standard jazzistico e Brava (Bravi)si trasforma in un pezzo di bravura (scusate il gioco di parole) con le voci che si rincorrono. Divertente anchePerò mi vuole bene nel segno dell’affetto per ilQuartetto Cetra. Da evidenziare anche l’eccellente lavoro del tecnico del suono, figura che nei gruppi vocali funziona come elemento aggiunto, in questo caso Marco Vallin. Nel periodo natalizio l’album viene distribuito in una catena di supermercati (la Auchan) con il ricavato interamente devoluto a Telethon. (Michele Manzotti)

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Vai all’Isola che non c’era


La recensione dell’Ufficio Nazionale per le Comunicazioni sociali della CEI

gennaio 14th, 2010

Sono in cinque e cantano a cappella, facendo cioè delle architetture vocali l‘asse portante delle loro performance. Arrivano da Milano e dopo una lunga gavetta si sono recentemente riaffacciati sui mercati con questo nuovo album tutto dedicato ai classici del pop italiano degli anni Sessanta e Settanta.Con maestria e personalità i giovanotti rileggono classici immortali come Nel blu dipinto di blu, Il cielo in una stanza, Io ho in mente te, Estate, e un‘altra manciata di evergreen che fan parte della miglior storia della nostra canzone: sempiterni cavalli di battaglia di maestri come Battisti, Mina, Paoli, il Quartetto Cetra. Riletture offerte con rispetto degli originali, ma con una buona dose di spericolatezza, così da non risultare pretestuose o meramente didascaliche. Ad impreziosire il tutto, qua è là qualche virtuoso di vaglia, come il chitarrista Franco Cerri, Lino Patruno al banjo, e Bruno De Filippi all‘armonica.Dodici cover raffinate, non prive di humour, e soprattutto godibili anche da orecchie non particolarmente raffinate.(Franz Coriasco)
Vedi l’articolo

Più – L’intramontabile musica italiana interpretata a cappella

dicembre 15th, 2009

20091205_Più_Alti & BassiEcco la recensione a IO HO IN MENTE TE a cura della rivista PIU’

PIU’

Il giornale di Brescia – un album di cover molto originale

dicembre 15th, 2009

20091212_Giornale di Brescia_Alti & BassiEcco la recensione al nostro album da parte de Il Giornale di Brescia a cura di Maurizio Matteotti.
Il Giornale di Brescia

L’isola che non c’era

dicembre 4th, 2009

Ci conoscono molto bene, gli amici dell’Isola che non c’era! grazie ragazzi, perché ci seguite da sempre, perché avete parlato di noi in tempi non sospetti, come si dice, e perché con il vostro aiuto contribuite alla diffusione del nostro genere musicale!

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Cronaca QUI

dicembre 4th, 2009

Ecco l’articolo a cura della redazione di Cronaca Qui.

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Le recensioni

novembre 23rd, 2009

In questa categoria pubblicheremo tutte le recensioni di IO HO IN MENTE TE.

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